I mesi di lockdown avranno ripercussioni a lungo sulla vita delle persone, ne abbiamo sentito parlare molto nei  < a href=”https://www.amoleggere.it/2021/01/05/contesto-storico-c-era-una-volta-adesso/”>mesi di marzo e aprile 2020 e se ne parla molto ancora oggi. Sicuramente non possiamo non pensare alle tante famiglie divise dal distanziamento, a tutte quelle persone che subiscono violenza domestica e che sono state costrette a vivere in casa in situazioni di violenza oppure alla paura che per molti si è aggravata in ansia e crisi di panico; noi vogliamo porre la nostra attenzione ad alcuni cambiamenti positivi che abbiamo vissuto durante i mesi più duri di lockdown, vogliamo lanciare un messaggio positivo, seppur debole. 

 Il lockdown ci ha posto davanti un messaggio preciso, che spesso presi dalla velocità della nostra quotidianità abbiamo dimenticato, ovvero: noi siamo cittadini del mondo, siamo ospiti del mondo. Sono bastati pochi giorni di chiusura in casa e la natura ha iniziato a riprendere i suoi spazi, gli scienziati hanno documentato un miglioramento della qualità dell’aria, gli animali hanno iniziato a ripopolari gli ambienti naturali. Un caso eclatante riguarda la catena montuosa dell’Himalaya, nella regione nord dell’India abita una popolazione chiamata Punkab che dopo, oltre 30 anni, è riuscita ad ammirare la maestosa catena montuosa, prima sempre coperta da una nuvola di smog.

Il periodo di lockdown ha sconvolto la società anche dal punto di vista religioso coinvolgendo la celebrazione della Pasqua, fulcro della religione cattolica. Nessuno di noi dimenticherà il Papa che cammina in una Piazza San Pietro vuota come mai prima, quelle parole di solidarietà verso i malati e le persone in difficoltà, parole che sono arrivate con delicatezza ai credenti e ai non credenti. In un periodo in cui tutte le messe sono state sospese i parroci hanno stabilito un nuovo contatto con i loro fedeli, chiudiamo con le parole del vescovo di Rieti mons. Domenico Pompili e presidente della commissione cultura e comunicazioni della Cei: «Credevamo tutti di essere immuni, qui in Occidente, da fenomeni di questo genere. E anche noi come Chiesa abbiamo dovuto trovare altre forme per stabilire contatti con i fedeli. Lo abbiamo fatto grazie a un po’ di creatività e ai tanto vituperati new media, che sono invece un’occasione per recuperare contatti. Certo, noi preti e vescovi – come gli insegnanti – abbiamo dovuto fare un corso accelerato di digitalizzazione, ma i risultati sono quelli di nuovi spazi da abitare, luoghi non così virtuali alla fine, dato che la gente sta e si trova, comunica in questi spazi in una forma diversa di compresenza. Insomma, facciamo di necessità virtù, ma questa è un’occasione nuova che ci mette in condizione di esplorare territori che per pigrizia o automatismi non avremmo esplorato».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *